Un ritmo tutto suo


La sua mano si muoveva rapida, nervosa, come se stesse cercando di seguire un flusso di pensieri eccessivamente frenetici, mentre quella stilografica impugnata con forza scivolava delicatamente, inaspettatamente; danzando su note soltanto da lei conosciute, riempiva di neri caratteri piccoli fogli disordinati, stropicciati.

Nulla di ciò che stava accadendo attorno poteva distrarlo.
Come rapito, stregato dai suoi stessi pensieri.

Completamente avvolto dal fumo dell’ennesima sigaretta abbandonata ad una fine solitaria, era più forte di lui, doveva scrivere. Ora. Subito. In quell’istante.

Forse, se avesse atteso un attimo in più, avrebbe potuto perdere quelle parole per sempre, per sempre le avrebbe smarrite in luoghi sconosciuti della sua mente, lasciando che i gesti abitudinari di quelle serate prendessero ancora una volta il sopravvento su ogni altra cosa.
Compresa la sua fantasia.

Ma non quella notte. Non quella volta.

Mentre fuori un’insistente scroscio di fine novembre non aveva la ben che minima intenzione di smettere di infradiciare strade, case, palazzi, passanti distratti e ogni cosa avesse potuto raggiungere; mentre all’interno di quel vecchio locale tutto procedeva come sempre, come diversamente mai sarebbe potuto andare, lui, completamente estraneo al resto del mondo, continuava a gettare inchiostro come se il suo animo non gli permettesse di fare altrimenti. Come se ciò che stava scrivendo fosse stato il romanzo della sua vita, la sua opera migliore, il suo capolavoro. O, molto più semplicemente, era soltanto quello che in quel momento il suo Io gli stava dettando: incapace, questa volta, di opporsi.

Nel ritmo fin troppo ben conosciuto e già mille volte consumato dai frequentatori di quel posto, nessuno stava prestando attenzione a ciò che stava facendo. Avventori dai lenti gesti scontati, appoggiati al bancone e distratti dai pensieri resi macigni da un bicchiere nato male, uno di troppo; chiassosi giocatori di carte al tondo tavolo in fondo alla sala, troppo occupati a discutere di nulla per potersi accorgere proprio di lui; passanti occasionali forse approdati al tavolo sbagliato, quasi infastiditi dall’essenza stessa di quel luogo; una cameriera con un’altra esistenza da sognare, un’altra vita da vivere, un capo troppo stufo con ben altri pensieri da tenere a bada e…

Ma lui stava seguendo un ritmo tutto suo. Assolutamente estraneo a tutto il resto.
E, forse, un giorno l’avrebbe svelato al mondo.
Forse ad una persona soltanto. O, forse, a nessuno. Poco importava.

In quella notte identica a mille altre e magicamente unica nello stesso tempo, era tornato ad essere lui.
Aveva ripreso improvvisamente a fare ciò che da sempre gli era appartenuto.
Improvvisamente, tutto ciò che aveva celato a sé stesso e al mondo intero per troppo tempo aveva ripreso la sua giusta via, era tornato alla luce, alla vita.
Senza disturbare, senza dolore.
Tramutando in poesia il suo stesso destino.


(luglio 2010)

foto:
mio scatto – Broken Spoke, Austin, TX – USA


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